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| TEATRO E CARNEVALE |
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La commedia in versi non è più adatta alla nostra epoca.
Tuttavia bisogna aver rispetto per la commedia di alta tradizione.
G. Flaubert‚ Dizionario delle Idee Comuni. |
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Ogni volta che si ha l’opportunità di trovarsi di fronte ai lavori di Luciano Proverbio‚ ci si rende conto della loro straordinaria qualità e del fatto essi nascano‚ metaforicamente‚ da un seme che dà vita a una pianta che affonda le proprie radici molto profondamente nel terreno della Storia.
La Storia che ha permesso la creazione di questi lavori‚ una produzione particolare‚ mai trattata dall’autore torinese‚ ha al proprio epicentro il Teatro‚ la sua gloria e la magia visionaria che si nasconde dietro ogni messinscena.
Quando si affronta una qualsiasi opera letteraria si tende a stabilire un preciso rapporto duale tra scrittore e lettore. Il lettore‚ ragionando in termini assolutamente semplicisti‚ immagina un mondo nel quale è nello stesso tempo spettatore e regista‚ un mondo che ha solo dei labili contorni dettati dalla fantasia dello scrittore e che cessa di appartenere a quest’ultimo appena costui finisce di scrivere e consegna l’opera a chi legge.
Dunque scrivere e leggere sono due azioni ben recise che‚ internamente a questo rapporto‚ determinano un confine invalicabile per qualsiasi tipo di influenza reciproca.
Questo rapporto duale è lontanissimo dalla base culturale su cui si appoggia tradizionalmente i1 teatro‚ poiché il teatro è interazione‚ è un contatto tra scrittore‚ regista‚ interprete e pubblico. Non c’è più il momento della lettura/interpretazione rimesso al lettore dallo scrittore: esso è sostituito da un più creativo momento di azionelinterpretazione demandato dallo scrittore al regista e da questo all’attore che costringe lo spettatore all’osservazione senza permettergli di immaginare.
Acutissima poi‚ per meglio comprendere la sua essenza‚ risulta la descrizione che Cesare Ripa propone a proposito della Commedia‚ cioè della rappresentazione teatrale. Lo scrittore perugino dice: “donna in habito di Cingara: ma il suo vestimento sarà di vari colori; nella destra mano terrà un cornetto da sonar di musica‚ nella sinistra una maschera e ne’ piedi i socchi. La diversità de’ colori nota le varie e diverse anioni che si esprimono in questa sorta di poesia‚ la quale diletta l’occhio dell’intelletto‚ non meno che la varietà dei colori diletti l’occhio corporeo”1.
Il Ripa sembra centrare il senso stesso dello spettacolo teatrale attraverso alcune parole chiave: “diletta”‚ “intelletto”‚ “diverse attieni”. E’ chiaro che l’intenzione di chi fa teatro sia proprio quella di dilettare l’intelletto‚ vale a dire divertire la mente e far riflettere attraverso una serie di situazioni proposte consequenzialmente sul palcoscenico.
Il teatro‚ poi‚ è soprattutto azione e movimento e‚ per questo‚ spesso la parola assume una connotazione marginale‚ sostituita dal gesto. E’ in questo senso che il teatro è il luogo della “messa in scena”‚ è in questo senso che il teatro deve essere inteso nei termini ni di una particolare concezione greca‚ cioè come Théatron ovvero il luogo (tron) in cui si svolgeva quell’azione memorabile che in greco si dice appunto “théa”2: Che cosa affascina del teatro? E’ difficile dare una risposta. Forse è proprio l’aspetto memorabile dell’azione recitativa che sorprende‚ un’azione che‚ in senso eracliteo‚ è sempre diversa‚ ogni volta che si affronta la rappresentazione.
Luciano Proverbio è dunque l’autore di una serie di disegni che hanno come soggetto la rappresentazione scenica. Per certi versi questi lavori si avvicinano a quelle illustrazioni che un regista utilizza per imprimere nella memoria degli attori un determinato tipo di atteggiamento‚ nel momento in cui essi salgono sul palcoscenico. Possiamo pensare che‚ in questo caso‚ artista e regista si fondano in una sola entità spirituale e diano visibilità a quella genialità che trasforma l’evento quotidiano in episodio degno di essere ricordato. Il teatro ha allora effettivamente questo scopo: far ricordare e‚ nello stesso tempo‚ far riflettere. Non è un caso‚ infatti che sia stata proprio la democrazia ateniese a ufficializzare la rappresentazione teatrale‚ a sancire la partecipazione alla vita del teatro come obbligo per tutti e a fare in modo che tutti possano ottemperare a questo obbligo3.
Proverbio‚ limitatamente a questa sua produzione‚ nel momento creativo ha assorbito‚ da una parte‚ proprio gli aspetti didascalici del teatro greco‚ elaborando un modello che attraverso la pittura possa diventare di libero accesso a tutti; dall’altra‚ nella strutturazione scenica e nei personaggi‚ quegli elementi che appaiono più vicini alle tematiche proposte dalla Commedia dell’Arte.
Quello della Commedia dell’Arte fu un genere che si sviluppò in Italia durante il XVI secolo. In seguito divenne molto popolare in Francia grazie agli attori della Comèdie Italienne che dalla seconda metà del XVII secolo recitarono presso l’Hotel de Bourgogne. La definizione di “Commedia dell’Arte” − Arte ha il significato medievale di mestiere − tendeva a distinguere la recita di attori professionisti da quella praticata nelle corti da letterati e cortigiani o‚ sui sagrati delle chiese‚ da chierici e diaconi. Le compagnie di attori professionisti erano variamente composte da artisti e da acrobati e non mettevano in scena testi d’autore ma‚ basandosi su un canovaccio‚ rappresentavano vicende ispirate alla realtà quotidiana‚ con numeri acrobatici‚ danze e canti.
Fondamentali in queste recite erano le maschere. Con le maschere ogni compagnia riusciva a costruire svariate situazioni attraverso l’improvvisazione e la caratterizzazione dei personaggi. La maschera‚ che insieme al costume specifica lo stile di recitazione‚ viene a essere sinonimo del personaggio. Arlecchino‚ servo imbroglione e sempre affamato‚ Balanzone‚ dottore serioso e presuntuoso‚ Brighella‚ servo astuto in contrapposizione con Arlecchino‚ insieme a Colombina la servetta‚ Pantalone il mercante veneziano e il Capitano spaccone‚ sono le maschere/personaggio più celebri.
Ovviamente ogni compagnia aveva dei personaggi propri e‚ alcuni di questi assursero al ruolo di “maschera”. La medesima cosa avviene nel teatro di Luciano Proverbio.
L’allestimento del teatro di Luciano Proverbio è organizzato su un palcoscenico fortemente inclinato; il fondo è occupato da alcune scenografie essenziali‚ spazi geometrizzati nei quali si aprono porte e finestre che lasciano intravedere brandelli di paesaggio‚ perlopiù marine. Pesanti tendaggi drappeggiati limitano l’area dove si muovono gli attori.
Al contrario di Watteau o di Picasso − per citare soltanto due dei numerosi pittori che si ispirarono al mondo del teatro per realizzare alcune loro opere − che rappresentano attori e saltimbanchi tristi‚ i personaggi di Proverbio non sembrano essere sfiorati da quel grigiore che pervade quel tipo di analoga produzione. In particolare‚ confrontando un qualunque disegno del pittore torinese con‚ per esempio‚ “i Giocolieri” di Picasso‚ forse uno dei lavori del periodo precubista più riusciti‚ un lavoro incentrato sulle
tematiche del teatro‚ si avverte in quest’opera una netta impressione di freddezza determinata dalla discrepanza tra l’ambiente e l’abbigliamento delle figure. Esse portano un costume‚ come se dovessero entrare in scena da un momento all’altro‚ ma non si trovano sul luogo della recita‚ bensì in un paesaggio di dune che si estende vuoto in profondità In questo luogo solitario‚ senza spettatori‚ non circondati dall’atmosfera tipica dei teatri‚ gli attori e i saltimbanchi sembrano estranei.
Proverbio‚ nella stessa maniera‚ concentra l’attenzione dell’osservatore sulle figure disegnate‚ ma esse stanno recitando‚ sono sul palcoscenico e si percepisce la presenza di un pubblico. E’ lontanissima quella malinconia che sembra pervadere certe situazioni con delle maschere: in Proverbio si celebra il Carnevale. Ci sono decine di particolari che lasciano intravedere la solennizzazione di questo rito. Si afferra sicuramente qualcosa di dissacrante‚ per esempio‚ il sovvertimento dei ruoli tradizionali e‚ nello stesso tempo‚ c’è la serietà ufficiale determinata dallo svolgimento della recita.
In “Teatro 4.VIII.2006” la rappresentazione è velata di un sottile erotismo. Al centro‚ un Petrarca laureato si rivolge a Laura che emerge quasi nuda‚ simile alla Venere di Botticelli‚ da una vasca che evoca le “Chiare‚ fresche e dolci acque” del CXXVI componimento delle Rime‚ L’atmosfera è decisamente stridente con la situazione alla quale‚ per tradizione‚ siamo stati abituati.
Petrarca‚ secondo il cliché letterario‚ non può avere quel tipo di percezione‚ Laura è assoluta e intoccabile‚ il suo è un amore platonico‚ diverso ma simile a quello che l’Alighieri prova per Beatrice. Però si sta assistendo a una rappresentazione‚ e forse è proprio Carnevale: anche a Petrarca è concesso di abbracciare la nudità della tanto agognata Laura.
A rendere festosa e eccezionale questa vicenda è la presenza del giocoliere che spinge in aria delle palline colorate‚ forse dei dolcetti sferici. Egli è‚ nell’ottica della Commedia dell’Arte di Luciano Proverbio‚ non partecipe del finto dramma che sta avvenendo in primo piano‚ l’unico elemento che unisce gli attori è dato dalle sferette colorate − o dolcetti − che si trovano tra le mani di tutti.
Ogni disegno di questa serie è una miniera di informazioni. La pittura di Proverbio non si rivela mai alla prima occhiata‚ E’ una pittura che va seguita e‚ a volte‚ ci vogliono mesi per percepire un particolare‚ per assaporare il movimento rapido di una linea‚ per acquisire il mischiarsi di una sfumatura. Avviene la stessa cosa per i soggetti di ciascuno di questi lavori.
“Teatro 15.VIII.2006 B” è‚ di fatto‚ l’illustrazione di una sequenza di una delle più famose fiabe di tutti i tempi: Biancaneve. Sul palcoscenico appare una stenografia che evoca la stanza di una casa. Su un divano siedono un’opulenta e formosa Biancaneve incalzata dalla strega che le sta ancora porgendo il vassoio con i frutti avvelenati. Si nota immediatamente la gestualità tipica del teatro‚ c’è una certa enfasi nell’essenzialità di questa costruzione. Biancaneve sta cedendo al sonno‚ il divano sembra sollevarsi come in un sogno e‚ unica suppellettile‚ a evocare la notte e il riposo‚ una lampada di vangoghiana memoria.
“Teatro 16.1X.06 TO” è un’altra visione gioiosa. una composizione molto equilibrata che evoca il movimento di una danza. Ai lati‚ una per parte‚ le figure di un giocoliere appoggiato a un piccolo mobile e di una servetta che sta portando un vassoio con un dolce. Al centro la danza. Si assiste quasi a una lotta‚ a una schermaglia tra amore sacro (la suora) e amore profano (la donna a seno nudo). Esse compiono dei movimenti lenti e cadenzati cui partecipano anche gli altri due personaggi. Tra i volti delle due danzatrici si insinua il volo di alcune colombe. Le figure si confondono‚ i volti sono definiti dalle piume degli uccelli‚ la danza mischia i ruoli e rende tutto così magicamente confuso.
L’apoteosi della messa in scena di Luciano Proverbio è sicuramente “Teatro 23.VII1.2006”. Qui‚ in questo disegno‚ appaiono quasi tutti i suoi personaggi‚ gli attori che gli sono più cari. Una suora avanza maestosa verso il pubblico‚ i suoi abiti frusciano e ha tra le labbra una margherita. Alle sue spalle un giocoliere che sembra farle da mantello e più indietro un’altra suora. Di lato un saltimbanco con al petto un paio di medaglie cui fanno da pendant una figura femminile con in braccio un bimbo e un angelo che occupa volando la parte superiore della scena. C’è musica e allegria‚ è una sorta di ingresso trionfale recitato per degli spettatori sorridenti‚ si stanno ponendo i presupposti per una recita a canovaccio: ora succederà qualcosa‚ la donna col bimbo si girerà all’improvviso e dirà qualcosa alla suora mentre il saltimbanco si rivolgerà al pubblico con una battuta.
Luciano Proverbio invita a fantasticare. Gli occhi dello spettatore si spalancano di fronte alla meraviglia della recita. Gli attori sono solo un mezzo per inventare delle situazioni.
Ogni volta che guardiamo uno di questi lavori dobbiamo partire dal presupposto che siamo noi a dover continuare una storia che Proverbio abbozza offrendo un’immagine che deve essere completata attraverso un gioco di sequenze. E’‚ appunto‚ un pò come essere dentro un Carnevale: ogni maschera ha una sua posizione storica e una sua motivazione‚ è però chi la osserva che le dà vita facendola diventare parte in una recita. Chi è il personaggio di “Teatro 1 l.VIII.2006”? Un malinconico Pierrot che lascia volare
delle colombe come pensieri? Oppure una figura in costume che aspetta l’arrivo di un altro attore per iniziare un dialogo? E’ in questo modo che Luciano Proverbio interagisce con il suo pubblico. Egli è un cantastorie che si impone con delle domande rivolte a chi sa ascoltare: la risposta può arrivare attraverso la sensibilità e la fantasia.
Carlo Pesce
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1Cesare Ripa‚ Iconologia‚ TEA‚ 1992.
2Giuseppe Zigaina‚ Pasolini e la Morte‚ Marsilio‚ 2005.
3Luciano Canfora‚ Storia della Letteratura Greca‚ Laterza‚ 2001. |
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