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Un universo di cioccolato

di Carlo Pesce

 
UN UNIVERSO DI CIOCCOLATO
 

Osservando la pittura di Luciano Proverbio‚ la prima sensazione dalla quale si viene colti è che essa affondi le sue radici molto profondamente nelle pieghe della storia. Non si tratta ovviamente‚ alludendo alla sua‚ di pittura di Storia‚ come potrebbe essere inteso se si facesse riferimento agli esempi della cultura e della teoria romantico−accademica. La sua è una pittura che‚ più di altre‚ non avrebbe ragione se non si operasse un continuo rimando alla storia dell’uomo. La sua èuna storia che‚ differentemente da quanto dice con efficace icasticità James Joyce‚ non èun incubo dal quale non ci si riesce a svegliare‚ ma ha la sua manifestazione nel momento in cui diventa un tutt’uno con l’intelletto‚ con la passione‚ con l’immaginazione dell’uomo‚ trasformandosi infine in Arte.

Il cacao‚ dal quale deriva il prodotto finito chiamato cioccolato − che ha una importanza fondamentale in questa rassegna di Palazzo Guasco − ha una sua storia e è Storia. Facendo il verso agli archeologi‚ si potrebbe distinguere la Storia in periodi facendo uso non dei consueti materiali − pietra‚ bronzo‚ ferro‚ e così via − ma di bevande o cibi. Alcuni di essi sono in grado di restituire il flusso della storia del mondo: il cioccolato‚ in particolare è l’alimento di riferimento di un preciso‚ nodale periodo storico. Il cioccolato rappresenta l’epoca in cui gli esploratori europei salparono verso ovest‚ verso le Americhe‚ l’epoca in cui furono create rotte marittime globali e le nazioni gareggiavano le une con le altre per spartirsi il pianeta.
Citando il cioccolato‚ collocandolo al centro di questa sua particolare produzione artistica e considerando valida la sostanzialità dell’ipotesi di periodizzazione‚ Proverbio‚ dal punto di vista culturale‚ travalica la sua posizione di pittore e diventa anche storico‚ antropologo‚ mago‚ romanziere.
Per comprendere certi meccanismi possiamo inventare un racconto‚ una favola che si svolge a Tenochititlan nel 1521.
Era il momento in cui le antiche divinità atzeche stavano morendo per lasciare il loro posto al più crudele e potente dio cristiano. Anche agli occhi dei sacerdoti‚ i cui volti un tempo erano incorniciati dai segni sontuosi e orgogliosi di una potenza inaudita‚ le cui mani erano affondate centinaia di volte nei toraci aperti di altrettante vittime sacrificali‚ la lotta con gli uomini vestiti di metallo appariva ormai senza speranza. Tutti erano pronti a andare incontro al loro destino‚ qualunque esso fosse‚ poiché Quetzalcoatl aveva deciso così. Qualcuno‚ un giovane capo di grande razza‚ però non si rassegnava e volle chiedere ancora un favore agli dei‚ un ultimo favore‚ un’unica‚ ultima vittoria contro quegli uomini che avanzavano seduti su quelle loro bestie paurose. I sacerdoti gli dissero che per quel favore si sarebbe dovuto pagare un costo altissimo e che gli dei moribondi non avrebbero assicurato il successo che il postulante agognava. Il prezzo da pagare era il sacrificio di sua moglie. A malincuore‚ per la salvezza del suo popolo‚ accettò. Fu quella l’ultima notte che trascorse con la sua bellissima compagna‚ un’ultima notte di quiete prima di quel terribile sacrificio. Quando la donna morì sull’altare incrostato dal sangue di chi l’aveva proceduta‚ la sua linfa vitale colò fino a terra‚ e‚ come un serpente‚ si insinuò tra le pieghe del terreno e fece nascere una pianta che poco dopo fruttificò. I sacerdoti‚ frastornati e preoccupati dall’imminente arrivo degli uomini bianchi‚ non seppero interpretare il segno divino‚ capirono solo l’inutilità di quel sacrificio senza però comprendere il senso del messaggio degli dei che stavano per morire. Il loro spirito‚ usando il sangue della vittima‚ affondò nella terra e ne uscì come pianta del cacao i cui semi sono amari come la sofferenza‚ rossi come il sangue‚ ma eccitanti e forti come la virtù. Una pianta che‚ nascendo dal loro sacrificio per mezzo della donna uccisa‚ avrebbe eternato la loro potenza nei secoli e nello spazio.
Ovviamente questa èuna favola‚ una favola che‚ come tante‚ ripensando alle atmosfere evocate da tanti racconti fantastici‚ permette all’immaginazione di creare dei personaggi e delle situazioni. Il ricorso alla favola èun tentativo per spiegare ciò che può essere pensato da un artista come Luciano Proverbio quando viene interessato da un determinato argomento‚ un argomento che lo affascina e gli trasmette un qualcosa che poi si manifesta sulla sua tela.
L’invenzione permette dunque di creare nuove situazioni‚ permette di dare una veste differente alla Storia‚ anche se‚ nella realtà il cacao era già ben conosciuto dagli atzechi quando arrivarono in Messico i conquistadores spagnoli. I popoli che componevano l’impero di Moctezuma avevano già da tempo notato una pianta dai grossi rami orizzontali da cui si dipartivano rami più piccoli le cui foglie crescevano in vari periodi dell’anno presentando colori diversi e si giravano sempre verso la luce. I fiori erano bianchi e rosa e fiorivano tutto l’anno. Il frutto era un duro involucro dal quale‚ come dissero i messicani agli spagnoli‚ si ricavava il cacao. Era un prodotto estremamente prezioso‚ assai più dell’oro‚ come scrisse il vescovo e cronista Diego de Landa‚ e addirittura era utilizzato come denaro.
Moctezuma amava molto il cacao e gradiva particolarmente una bevanda‚ il chocolatl‚ un gustoso preparato fatto proprio di polvere di cacao‚ vaniglia e altre spezie. Si racconta che l’imperatore ne sorseggiasse anche quaranta tazze in una giornata‚ senza mai usare due volte lo stesso contenitore. Gli spagnoli che conquistarono il Messico impararono presto a bere quel liquido scuro che dava forza e energia. Qualcuno notò che gli indios‚ se privati del cioccolato‚ sentivano venirsi meno e‚ addirittura‚ anche qualche spagnolo non poteva stare un giorno senza berlo.
Quando il cacao arrivò nel vecchio continente l’effetto della bevanda sugli europei non fu assolutamente differente rispetto a quello provato dagli abitanti delle Americhe: ne furono estasiati. Possono contarsi in decine gli episodi nei quali il cioccolato è protagonista.

Voltaire ne sorbiva una dozzina di tazze al giorno; Napoleone usava la “bevanda bruna” − così la chiamava − quando doveva riflettere. Luciano Proverbio ha speso molte energie nel tentativo di dare una rappresentazione simbolica‚ metafisica‚ del cioccolato. Addirittura sembra che‚ magicamente‚ quasi come Basil Hallward‚ il pittore del misterioso e diabolico ritratto di Dorian Gray‚ riesca a trasmettere parte della sua vitalità a quelle composizioni che‚ magicamente avvolgenti‚ proiettano chi le osserva in un mondo lussuoso e conturbante‚ un mondo che può essere visto una sola‚ irripetibile volta.

Nel 1738 Jean−Etienne Liotard si imbarcò a Napoli e iniziò un lungo viaggio. Dopo Malta‚ le Cicladi e la Grecia si fermò a lungo a Costantinopoli. Nelle sue peregrinazioni per la città tra un disegno e l’altro‚ degustava caffè‚ tè e cioccolato. Non solo‚ cominciò a abbigliarsi come era uso tra la nobiltà locale‚ adottando il costume turco‚ facendosi crescere i capelli e la barba‚ portando il turbante e gli zoccoli di legno.
Nel 1743 ritornò in Europa e fu accolto da Maria Teresa d’Austria come pittore ufficiale della corte asburgica. Nel 1744 dipinse uno splendido pastello dal titolo “la bella cioccolataia”. La figura ritratta sembra una porcellana di Sassonia‚ regge un vassoio con un bicchiere colmo d’acqua e una tazza‚ parte di un raffinato corredo da cioccolato. La ragazza ha uno sguardo assente‚ quasi pensoso‚ probabilmente lo stesso della cameriera Despina del Così fan tutte di Mozart‚ quando ella si lamenta della sua condizione di cameriera che deve servire il cioccolato senza poterne assaggiare nemmeno un cucchiaino.
Liotard è‚ come Proverbio‚ un cantore del cioccolato. Liotard èperò soprattutto il cantore di quelle corti sulle quali il cacao esercitava un’attrazione particolare‚ dove esso veniva offerto in migliaia di ricette. Liotard eseguì molte pitture nelle quali il cioccolato evoca fantasie di morbidezza e profumo‚ quasi come in certi racconti delle Mille e una notte. I lavori di Liotard raccontano storie minimali‚ colazioni in solitudine e pranzi quotidiani privi di sontuosità. Il XVIII secolo era odoroso di raffinati profumi e di ciprie‚ amava nascondersi dietro le maschere; era un secolo libertino‚ galante‚ ironico di bisbigli e chiacchiere. Il cioccolato‚ di fatto una droga‚ portava a un erotismo morbido e sofisticato‚ come un dolce da gustare in completo abbandono. Le donne dei salotti‚ languide‚ pigre‚ erano capaci di giungere allo svenimento nel percepire un aroma e la lussuria era accompagnata da forme di intellettualismo che ne appannavano la femminilità.

Luciano Proverbio raccoglie un’eredità spirituale che sembra avere un precedente proprio nella pittura tardobarocca. La sua èuna percezione puramente formale‚ anteriore a ogni significato‚ anteriore ai limiti e agli aggiustamenti imposti da un habitus culturale‚ dai movimenti esplorativi della mente. Vedere‚ per Proverbio‚ non significa “vedere a distanza”. La sua distanza non appartiene all’ordine fisico delle cose‚ èuna distanza dello spirito che mette a fuoco ciò che appare confuso‚ ingrandisce ciò che gli sembra lontano‚ isola ciò che gli sembra degno di essere colto. Sulla sua tela l’impressione lasciata da una determinata sensazione viene avvicinata‚ tutto diventa presente‚ tutto èdotato di un uguale “coefficiente” di presenza. Al centro della sua rappresentazione non si trova l’oggetto feticcio: esso èevocato da altre figure‚ perlopiù femminili che rimandano a un erotismo conturbante e assai spesso prepotentemente esplicitato. L’oggetto feticcio − in questo caso il cioccolato − appare come citazione ai margini della tela‚ nascosto alle percezioni più immediate dalle figure delle modelle.
Dunque‚ proprio la presenza di modelle èl’elemento di spicco di questa serie di quadri che Luciano Proverbio dedica al cioccolato. L’unione donna/cioccolato ci riporta alla tematica evidenziata nella riflessione su Liotard. La cioccolata evoca un erotismo morbido‚ rilassato fatto di profumi e di corpi distesi nell’assaporare la dolce voluttà della reciproca vicinanza. La modella associata al cacao diventa una straordinaria esplicitazione del binomio gola/lussuria‚ un binomio che appariva già sentito come importante durante il medioevo. Nell’arte di Proverbio si perde ovviamente quell’incombente senso del peccato e la figura femminile riveste un ruolo più didascalico‚ limitandosi all’evocazione di un gusto e di un profumo che ha la sua materializzazione nel cioccolato. I nudi femminili che riempiono le tele del pittore torinese suggeriscono all’osservatore una situazione intima nella quale le figure si comportano come se fossero sole e non osservate. Esse appaiono completamente rilassate‚ in pose voluttuose‚ assorte in sogni e fantasie che appartengono solo all’immaginario maschile. Si tratta di una forma di voyerismo che permette allo spettatore di penetrare nella sfera intima di una persona‚ senza però vedere niente di particolare‚ rimanendo nascosto e lasciandosi cullare da propositi di lascivia senza essere riconosciuto.

Lasciando per un attimo da parte i menzionati oggetti feticcio − corpi femminili e cioccolato − e osservando in sequenza i lavori di Luciano Proverbio‚ si notano alcune importanti citazioni. Tra queste‚ troviamo due oggetti in particolare‚ che posti quasi a fare da sfondo nelle sue pitture‚ sembrano rivestire un ruolo non marginale: lo specchio e la finestra.
In realtà lo specchio (Cioccolato delle piramidi‚ olio su carta‚ 2001; Cacao estasi‚ olio su carta‚ 1989) non ha quel protagonismo che‚ per esempio si riscontra nella pittura di Pierre Bonnard‚ ma anche in questo caso‚ nella cecità del suo riflesso‚ lo specchio digerisce tutti gli oggetti e li livella sulla superficie uniforme del vetro. Lo specchio spezza la continuità prospettica e articola uno sull’altro due spazi non compossibili. Disarticolando lo spazio‚ tagliando nel vivo delle forme‚ incurante di ogni prescrizione razionale‚ o di un centro a partire dal quale classificare le apparenze‚ o di un cervello a partire dal quale dominare il mondo‚ lo specchio ci ricorda a ogni istante che non esiste un punto di vista privilegiato‚ ma che il mondo esiste tanto ai nostri piedi o alle nostre spalle‚ quanto davanti ai nostri occhi. Proverbio rifiuta il dominio dello sguardo per estendere su tutto la sua attenzione: nei suoi quadri un mondo intero ci viene restituito “a portata di mano”.
Il secondo strumento èla finestra − o un quadro che simula una finestra −. Mentre lo specchio riconduce la profondità del mondo alla superficie del suo riflesso‚ la finestra la condensa nel sottile spessore del vetro (Cioccolato del lago‚ olio su tela‚ 2005; Cioccolato harem‚ olio su carta‚ 2002). E’ un mezzo diafano. traslucido‚ che restituisce il reale che non èpiù né vicino né lontano. La finestra mescola in parti pressoché uguali due universi: uno interno e‚ attraverso il paesaggio‚ uno esterno. Sono ambienti di scala differente che‚ tuttavia‚ sembrano costruire un unico mondo saldato dallo sguardo che lo domina; la frontiera tra il dentro e il fuori à abolita‚ qui vi èil mondo intero‚ offerto come una superficie unita‚ uniformemente spiegato davanti agli occhi. La pittura di Proverbio èuna pittura che dipana le apparenze invece di lasciarle perdere nello spazio‚ che le disvela‚ le pareggia come si farebbe di un corpo di cui‚ organo per organo‚ si disfanno i nodi per ottenere un’unica e medesima pelle‚ senza dentro né fuori‚ senza alto né basso‚ in una pittura che‚ per certi versi‚ sembra afocale e centrifuga.

La pittura di Luciano Proverbio si esplicita con un livello di fruibilità che la rende immediatamente accessibile. E’ il livello più “naturale”‚ quello delle figure‚ dei colori‚ degli oggetti conosciuti. In realtà la sua èuna pittura di meditazione che ruota intorno a alcuni punti fermi. Penetrare lo spazio inventato da Proverbio significa rendersi conto di una stratificazione culturale che spesso tende a fuorviare‚ a confondere. Proverbio gioca su delle simbologie apparentemente semplici e descrittive − la donna‚ il cioccolato‚ il paesaggio che di manifesta aprendo la finestra − che però in associazione diventano potenti elementi coagulanti. Ognuno di essi‚ infatti‚ non potrebbe avere un senso se non associato a un altro. La potenza evocativa dei quadri di Proverbio risiede proprio nel fatto che‚ come in un gioco enigmistico‚ ogni elemento contribuisce a raccontare la situazione descritta. Il pittore provoca lo spettatore costringendolo all’osservazione‚ lo attira con la visione del corpo femminile‚ oppure con le sensazioni organolettiche del cioccolato. A quel punto il gioco è fatto: lo spettatore si perde in quell’intarsio prezioso‚ segue il trasformarsi delle forme e dei colori‚ si smarrisce in uno spazio spirituale che non ha più limiti‚ così gettato sulle lande di un microcosmo che si riflette nel macrocosmo.
Proverbio è allora il testimone di una cultura pittorica che ha continuato a subire delle trasformazioni e‚ all’interno della sua stessa opera‚ continua a trasformarsi. E’ chiaro che di fronte a una simile impostazione diventa difficile applicare delle etichette di appartenenza‚ è chiaro‚ altresì‚ che la ricchezza della produzione di Proverbio non si presta facilmente a isolare qualche derivazione‚ si potrebbe scoprire qualunque tipo di presenza sottoforma di citazione diretta o inconscia. Il livello dei suoi lavori ètalmente elevato che per le stesse ragioni che contribuiscono a apprezzarne l’originalità si potrebbero individuare decine di riferimenti condivisi con altri autori. In ogni caso‚ resta indubbia la peculiarità della sua verve creativa‚ soprattutto nella capacità di gestire degli spazi che‚ di volta in volta‚ risultano sempre più complessi e singolari. Proverbio non può fare a meno della cultura figurativa che lo ha formato e che lo circonda e la cultura figurativa si serve di Luciano Proverbio. Le sue tele sono delle lavagne sulle quali èleggibile il senso dell’arte. Gli spazi dipinti sono animati da un caos ordinato che supera il senso stesso dell’associazione. Il mondo delle sue immagini non può essere compreso senza la precisa cognizione della storia dell’Arte.

Carlo Pesce